VILLA MEDICI

Regione: Lazio

Origini: 1564-1580

Altitudine: 61
metri s.l.m.

Facciata di Villa Medici dal giardino

Il palazzo dei
Medici sorge sul punto più alto di Roma, sulla cima del Pincio, a
due passi dal parco di Villa Borghese. Fino all’epoca dei Romani, nell’esatta
posizione in cui oggi si trova la villa c’erano gli Horti Luculliani, il
complesso dei giardini della villa di Lucullo collegati da scalinate
monumentali. Non risulta difficile immaginare la meraviglia di quei tempi,
giacché la bellezza di Villa Medici e dei suoi giardini continua a rendere
stupefacente questo angolo di Roma. Peccato che quasi nessuno sia a conoscenza
dell’esistenza degli innumerevoli palazzi, fortezze e ville sparsi per le
strade della Città Eterna, custodi di ricchezze storiche e artistiche capaci di
far impallidire, da sole, il patrimonio di intere nazioni estere. Eppure, non
soltanto i turisti non sono a conoscenza delle bellezze dei palazzi di Roma.
Sono gli stessi abitanti a ignorarle. Noi stessi, romani ignari, passeggiavamo
spesso lungo la strada panoramica che collega la scalinata di Trinità
dei Monti con il parco di Villa Borghese
 e non abbiamo mai degnato di
uno sguardo l’entrata posteriore di Villa Medici, del tutto impassibili davanti
alla sua monumentalità.

La scalinata principale

Villa Medici fu
costruita tra il 1564 e il 1580. Per circa centocinquant’anni fu uno dei luoghi
più mondani ed eleganti 
di tutta Roma. Ospitò persino Galileo Galilei,
prima libero e poi prigioniero. Quasi immutato dal XVI secolo, il giardino
all’italiana è decorato con siepi a formare dei piccoli labirinti. Nasconde
statue romane, sculture e la casina del cardinale Crescenzi, le cui pareti
dipinte sono già di per sé un punto forte della visita. Quando nel 1737 si
estinse la dinastia dei Medici, la villa passò ai Lorena, che fecero portare a
Firenze le opere d’arte più pregiate, incluso l’obelisco che
abbelliva il giardino, il cui originale è oggi visibile nei Giardini di Boboli
a Firenze. Trasferite tutte le ricchezze in Toscana, i Lorena decisero di
vendere la villa, e fu lo stesso Napoleone ad acquistarla e a
trasferirvi l’Accademia di Francia, che ancora oggi vi risiede. Oltre alle
iniziative artistiche, la villa è disponibile a ospitare
viaggiatori 
e studiosi per la notte negli ex appartamenti dei
borsisti, affacciati sui giardini, o persino negli appartamenti del
Cardinale 
Ferdinando de’ Medici, tra gli affreschi rinascimentali di
Zucchi e l’arredamento anni ‘60 di Balthus. Per alloggiarvi, è necessario
prenotare con un anticipo di almeno due mesi, ma non disperate. Nella visita
guidata è inclusa la visita agli appartamenti del cardinale, oltre alla casina
di Crescenzi e ai giardini.

Una delle stanze nobili

I nostri angoli
preferiti della villa sono stati le stanze del cardinale e un ammasso di
cespugli ordinati, nel bel mezzo del labirinto, da cui spuntano diverse sculture:
il gruppo scultoreo dei Niobidi, i figli di Niobe. Niobe osò
vantarsi di aver avuto più figli della dea Latona, la quale era madre di soli
due figli, Artemide e Apollo. Profondamente offesa dal vanto di Niobe, Latona
decise di vendicarsi con uno sterminio. Apollo uccise tutti i figli maschi di
Niobe e Artemide uccise tutte le figlie femmine di Niobe (secondo alcune
varianti del mito, lasciarono in vita un maschio e una femmina). Le statue dei
Niobidi di Villa Medici trasmettono tutta la disperazione di una madre che
cerca di proteggere i figli e il terrore e la confusione dei fanciulli che,
nemmeno tra le braccia della mamma, riescono a trovare riparo dai dardi.

Il gruppo scultoreo dei Niobidi che spunta dalla vegetazione

Indimenticabile
anche l’
affaccio dalla terrazza del giardino con vista sulle cupole
di Roma.

Ma Villa Medici non è solo una meravigliosa location cinquecentesca. Si dice, infatti, che sia il luogo in cui vaga il fantasma di una donna molto famosa, una donna la cui memoria hanno tentato di cancellare e infangare.

Terrazza con vista su Roma

48 d.C. In
occasione delle feste di Dioniso, Valeria Messalina incontra il suo
amante 
Gaio Silio. Via libera, l’imperatore suo marito è impegnato a
Ostia. Non che Claudio abbia mai ostacolato la sua nota lussuria, ma stavolta
non è solo sesso. È amore. Valeria e l’amante Gaio metteranno in scena il loro
matrimonio. Ma poi… lussuria? Lei è giovane, appena ventitreenne, nel fulgore
della bellezza. Claudio ha trent’anni più di lei, balbetta, zoppica, era già
stato sposato due volte, quando l’ha presa in moglie, e lei aveva solo
quattordici anni. L’avevano strappata a una famiglia che, piuttosto che darle
amore, l’aveva trattata come merce di scambio. E l’avevano gettata tra le
braccia di un vecchio disgustoso dagli appetiti voraci. Per lei quello non è
amore, è dovere. Nessuno l’ha mai amata, non conosce altra forma di
appagamento oltre a quella del sesso. Perché mai un’imperatrice così giovane e
bella dovrebbe togliersi la possibilità di godere? Perché dovrebbe lasciarsi
appassire, privandosi a vita dei piaceri della carne? Perché non dovrebbe darsi
la possibilità di cercare l’amore vero? Solo perché è donna? Questo desiderio
di non marcire accanto a Claudio la rende vittima delle malelingue, che le
attribuiscono i gusti sessuali più turpi. Incesto con i fratelli, festini con i
gladiatori, orge con tutti i giovani più belli di Roma, e poi “Licisca” –
cagnetta, lupetta -, il suo nome da prostituta, regina dei postriboli,
capace di battere la più celebre meretrice dell’epoca con venticinque rapporti
sessuali completati in un giorno, non ancora del tutto appagata. Voci. Valeria
ama godere, ama piacere, ama il corpo maschile, ama concedersi a chi le piace,
ama Gaio, è vero. Valeria è alla continua ricerca di quella carezza d’amore che
non le è mai stata data. Il resto sono solo parole.

Ma stavolta è
troppo. Il liberto Narciso fa scattare la lingua e l’imperatore Claudio viene a
sapere del matrimonio inscenato. Se nella scenetta Gaio è marito di Messalina,
Gaio è anche imperatore. Imperatore al suo posto. Gaio deve morire.
Al più presto. E lei con lui.

Valeria Messalina
fugge dal palazzo, non vuole vedere il suo amato morire. Trova riparo negli
Horti Luculliani. Sale e scende inquieta le scale che connettono i
terrazzamenti. Non vede le piante, le statue, l’obelisco egizio. Non vede Roma,
che si stende rumorosa ai piedi del colle. Vede solo il fumo della confusione
nella sua testa, cerca vie di fuga, non ne trova. Pensa che non può farlo sul
serio. È suo marito, dopotutto. Ha sempre chiuso un occhio su ogni suo
misfatto. Vede un tribuno svoltare l’angolo in fondo al sentiero. E capisce che
stavolta Claudio fa davvero. Messalina sente l’odore della morte. E comincia a
tremare. Ma non è impreparata. Tira fuori la spada da sotto il vestito e se la
punta alla gola, con le lacrime agli occhi. Spinge, sente un rivolo caldo
scorrere dal collo al seno. Fa troppo male, non lo sopporta, non ce la fa. La
spada non va più giù, non va più a fondo. Il tribuno è a due passi di distanza.
Messalina abbassa la spada e se la posa al petto. Al petto è più facile. Si
accinge a spingere. Trema tanto che la lama apre dei fori nel vestito, scopre
il seno. Non ci riesce, nuovamente. Il tribuno estrae il suo pugnale.

“Non farlo. In
tanti mi amano. Piangeranno. Si ribelleranno”.

Senza la minima
esitazione, il sicario la tira per i capelli e le infila il pugnale nel
petto
, nell’addome, nel collo. Mentre Messalina si contorce dal dolore,
quello afferma:

“Se la tua morte
sarà pianta da tutti i tuoi amanti, allora piangerà mezza Roma!”.

Si accascia a terra negli
Horti Luculliani, in un lago di sangue, la giovane bella Valeria Messalina.
negli stessi orti il suo dolore continua a riecheggiare, dopo quasi
duemila anni
. Tante le voci che sostengono di averla vista camminare
biancovestita nei giardini di Villa Medici, che un tempo erano gli Horti. Uno
spettro tormentato
 dal dolore di una morte violenta,
dall’insoddisfazione di una vita spezzata senza aver conosciuto l’amore. C’è
chi, con lo stesso pregiudizio dei suoi contemporanei, lo definisce un fantasma
senza pace, alla continua ricerca di un amante con cui estinguere quel
desiderio inappagabile. Una cosa è certa: nonostante la condanna alla damnatio
memoriae
, pena intesa all’eliminazione totale della sua esistenza e del suo
nome da documenti, statue, monumenti, Messalina è giunta fino a noi. Perché le
emozioni forti, positive o negative, sono destinate a lasciare tracce così
profonde nello spazio e nel tempo da superare di gran lunga la lunghezza
limitata di una vita umana. Volevano cancellarla dalla memoria del mondo. L’hanno
resa immortale
.

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